Renzo Cremante

Dal catalogo della Mostra LA DEFORMAZIONE DELLA REALTA’ alcuni estratti del Saggio di Renzo Cremante:

Gallian fra letteratura teatro e pittura.

…. Sulla scorta di tali fondamentali premesse critiche, in anni recenti, nella mia qualità di direttore del Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei dell’Università di Pavia, anche a me è capitato di dovermi incontrare con la personalità di Marcello Gallian e di promuovere addirittura un seminario di studi sulla sua opera, nel dicembre 2008, a quarant’anni, dunque, dalla morte dello scrittore. Al pari di altre iniziative intraprese nel corso degli anni dal Centro pavese, la scelta in qualche modo singolare dell’oggetto  dell’incontro e l’ambizione di avviare, nella circostanza, una non improvvisata indagine storica e critica sulla multiforme esperienza di uno scrittore e artista generalmente escluso dalle tavole ufficiali e dai prontuari d’uso della storiografia letteraria novecentesca, trovavano un indispensabile fondamento documentario e una naturale premessa nelle carte dell’archivio dello scrittore, finalmente riordinate e messe a disposizione degli studiosi, dopo che nel 2002, insieme a una cospicua raccolta delle sue opere a stampa, oggi divenute assai rare, esse erano approdate al Fondo Manoscritti pavese grazie alla liberalità e lungimiranza del figlio Giampiero e della famiglia.

Anche in questo caso, l’archivio si è subito rivelato di notevole interesse sotto almeno due riguardi: filologico da una parte, per l’importanza che esso naturalmente riveste al fine di ricostruire la storia e l’elaborazione dei testi, di testi, oltre tutto, spesso consegnati a una circolazione accidentata o periferica; storico e critico dall’altra, per la ricchezza e la varietà di informazioni relative all’amplissima trama delle relazioni – letterarie, teatrali, artistiche – intrattenute dall’autore, delle intermediazioni fra cultura e politica, delle collaborazioni giornalistiche, delle committenze editoriali, in un arco di tempo che abbraccia, con la parabola del regime fascista, una buona metà del secolo scorso, dal primo al secondo dopoguerra. Si direbbe, anzi, che l’orizzonte emblematico del dopoguerra, di qualsiasi dopoguerra, con le implicazioni di sovvertimento, di instabilità, di irregolarità, di provvisorietà che esso sempre comporta, sia particolarmente congeniale alla poetica di Gallian, autore, fra l’altro, di un romanzo che si intitola, appunto, Dopoguerra.

Poi confluite nel volume L’avanguardia radicale di Marcello Gallian (Bologna, Clueb, 2012), le relazioni presentate al convegno e affidate sia alla collaudata esperienza di specialisti insigni, sia alle fresche energie e alle sensibili antenne critiche di studiosi giovani e tecnicamente attrezzati, hanno ripercorso – per exempla, s’intende, ma forse per la prima volta in maniera articolata e coerente – l’intera, accidentata carriera di Gallian, nel suo vario e tormentato dispiegarsi tra letteratura, teatro e pittura, alternando l’analisi puntuale e ravvicinata dei testi o lo scavo bibliografico a incisive sintesi storiografiche e critiche.

…. Tenuto a  battesimo da Massimo Bontempelli, generoso talent scout e prefatore partecipe di Nascita di un figlio, Gallian, pur influenzato dalla poetica “novecentista”, non ne condivide però le limpide geometrie della scrittura. Disseminato su tutti i livelli del testo, con effetti di «delirio barocco», secondo la formula vulgata di Contini, il nesso tra accesa visionarietà e carica espressionistica, sigla perturbante della dissociazione del soggetto e della voce narrante, ha condizionato pesantemente la fortuna dello scrittore. Di indubbia suggestione nel giro breve del racconto – forse la zona più leggibile di una produzione tanto vasta quanto discontinua – nei romanzi invece la stessa prassi stilistica ha prodotto architetture dissestate e centrifughe, sovente appesantite dall’enfasi oratoria di roboanti allegorie politico-profetiche. E all’interno di un’ unità di ispirazione forse meno incoerente di quanto non appaia a prima vista, le stesse spinte trasgressive operanti nelle prove narrative si riscontrano nella spiccata fisionomia sperimentale dell’itinerario drammaturgico. Oltre che, naturalmente, nella postrema, meno conosciuta esperienza della pittura, come la mostra romana potrà finalmente documentare.