Cesare De Michelis

Dal catalogo della Mostra: LA DEFORMAZIONE DELLA REALTA’, alcuni estratti del saggio di Cesare De Michelis

L’avventura controcorrente di Marcello Gallian

 

Studiava a Firenze nel convento dei vallombrosiani a Santa Trinita Marcello Gallian, acceso da frementi entusiasmi: l’irrequietezza adolescenziale si specchiava esaltandosi nelle avventure dei grandi spiriti ereticali della tradizione letteraria, da Dante a Cecco Angiolieri, da Savonarola a Giordano Bruno, a Campanella. A diciassette anni, quando D’Annunzio a Fiume non si arrende alla pace dei governi, Marcello abbandona precipitosamente il collegio e si fa legionario. L’entusiasmo della vittoria aveva illuminato la monotona esistenza della gioventù, ma si era poi spento, tradendo ogni speranza guerresca della generazione adolescente venuta al mondo all’alba del secolo.

Non erano bastati mille giorni di sangue a trasformare l’Italietta borghese: la vittoria fu tradita da tutti, dagli alleati che badavano al sodo, dai borghesi imboscati che non vedevano l’ora di rimettersi al lavoro, dai governanti che misuravano i guai per richiamare tutti all’ordine.

Delle squillanti parole d’ordine e di gloria svaniva anche l’eco: erano state soltanto parole, che, nonostante lo sconvolgimento dei confini d’Europa, non bastavano a cambiare il corso delle cose.

Gallian, che tra i monaci aveva preso i voti semplici rapito da quell’ardore di fede, con eguale passione fu repubblicano con D’Annunzio, rivoluzionario, sansepolcrista e squadrista con le camicie nere, anarchico e avanguardista tra gli artisti che a Roma pensavano si potesse fare tabula rasa.

Per anni Marcello e i suoi compagni continuarono a illudersi di aver vinto la battaglia ideale e che fosse soltanto questione di tempo. La rivoluzione, che si era imposta con ardite prove di forza, avrebbe costruito l’ordine nuovo.

L’avanguardia parlava sicura il linguaggio degli eserciti in guerra – avanzava con brucianti incursioni, feriva a morte il sistema, brillava le polveri e apriva la strada al grosso delle truppe –, ma agiva sul terreno sfuggente dell’arte e delle idee.

Per Gallian scrivere, pubblicare era un modo per continuare il lavoro di demolizione e rinnovamento che aveva preteso nei giorni caldi un impegno diretto.

Nello squallore entusiastico delle cantine di Trastevere si ritrovano, fianco a fianco, anarchici, sansepolcristi, bolscevichi, uniti dall’odio antiborghese.

Marcello è giovanissimo quando nel ’25, pubblica il suo primo foglio, “Spirito nuovo”, il cui editoriale è programmaticamente intitolato La nostra fede. Sono anni febbrili, durante i quali l’energia intellettuale accumulata tra adolescenza e giovinezza si sprigiona nelle direzioni più varie, dal giornalismo all’invenzione narrativa, dall’attività editoriale a quella teatrale.

Due incontri sembrano fondamentali per lo scrittore: da un lato Anton Giulio Bragaglia e il suo Teatro degli Indipendenti, dall’altro Massimo Bontempelli e i suoi Cahiers intitolati al “900”. Il giovane trova così un ambiente ricco e vivace nel quale affermarsi: su “900” (1927) c’è un suo racconto, Reine des bambins, accanto a un altro di Moravia; l’anno dopo un intero numero dell’“Interplanetario” – la rivista di De Libero e Diemoz – accoglie intero il suo primo romanzo, Il dramma nella latteria, e nel ’29 fanno scandalo i tre atti della Casa di Lazzaro, mentre escono ben tre libri di narrativa: La donna fatale, Vita di uno sconosciuto e Nascita di un figlio, e una nuova rivista, il “Giornale della rivoluzione artistica 2000”. Un fervore frenetico brucia qualsiasi possibilità di riflessione o ripensamento.

Coniugando tensioni profetiche e realistiche suggestioni rivoluzionarie Gallian si riconosce nell’ossimorica progettualità del “realismo magico”, radicalizzandone i propositi, ricorrendo senza scrupoli a tutti gli espedienti di una scrittura spericolatamente sperimentale.

Il consenso del pubblico lo interessa poco, anzi si esalta suscitandone lo sconcerto, è felice a mandare in bestia i borghesi. È inevitabile che ne esca un’immagine disordinata e confusa, nella quale vien voglia di mettere ordine nonostante l’autore. Gallian, invece, merita di essere riletto per quello che è stato, il facinoroso protagonista di un ribollente agitarsi che generosamente si illuse di capovolgere il corso del mondo, fondando una società senza miserie, e ribaldamente credette che la propria utopia egualitaria giustificasse qualsiasi sopraffazione. Argomenti ideologici e politici si intrecciano con altri letterari, caricando l’impegno ideale non solo di tensione morale, ma anche di un’angoscia che cresce alla verifica della propria impotenza.

«È necessario che il mondo ci sia aperto con tutti i suoi pericoli e le sue improvvisate» chiede Gallian, che nell’invenzione letteraria è sicuro di aver trovato un’arma più forte degli eserciti, capace di portare lo sfacelo nel fronte avversario e di dare concretezza alla rivoluzione che deve venire.

Nei romanzi, sin dai primi tentativi, emerge l’individuo che sfida la storia e l’ordine, l’eroe infelice e solitario che generosamente si batte per la causa dei poveri e disperati, il protagonista di un’avventura controcorrente che soltanto la rivoluzione può sottrarre alla disfatta.

Quel che rende insolita nel panorama italiano l’utopia di Gallian è il fatto che per dieci anni e più lo scrittore la immaginò, se non realizzata, almeno realizzabile dal fascismo e dal suo capo: questa immagine della rivoluzione vittoriosa, di un mondo nuovo da costruire e realizzare, non esiste nella tradizione europea, se non nell’esperienza dell’avanguardia sovietica, e comunque mai ha resistito tanto a lungo alla inequivocabile smentita dei fatti.