Claudio Crescentini

Dal catalogo della Mostra: LA DEFORMAZIONE DELLA REALTA’, alcuni estratti del saggio di Claudio Crescentini:

Nella pittura di Gallian

 

…. Dal punto di vista pittorico perciò, così come ra già stato per la scrittura, Gallian propone una propria, coerente, rivolta artistica ma siamo già all’inizio Quaranta e negli ultimi disperati rigurgiti del regime. Una svolta composta di forme esasperate, espressive e anti-realiste, seppur ispirate dalla realtà, proprio per la loro accentuata deformazione strutturale.

Quella di Gallian è evidentemente una rivolta espressiva oltre l’espressione, personificazione di quel violento dolore del Sé che ha tormentato l’artista fin dall’adolescenza e che lo aveva portato dal distacco dalla famiglia all’adesione alla presa di Fiume di D’Annunzio, nel 1919, alla marcia su Roma nel  ‘22. Ebrezza della rivoluzione e della libertà che ritroveremo poi espressa proprio in quella che potremmo considerare come la nuova chance artistica di Gallian: la pittura. «Marcello Gallian si è trasferito dunque nella caserma dei pittori. (…) egli ha conquistato un posto duraturo nella nostra storia letteraria. E ora sta diventando anche un grande pittore? Dicono di sì».

Troppo spesso è stato analizzato questo nuovo, vivace e prolifico periodo artistico di Gallian come una sostituzione o sovrapposizione alla scrittura precedente, in parte a ragione anche se va considerato, prima di tutto, il fatto che è lo stesso artista che non ha mai considerato la pittura come un ripiego rispetto alla scrittura. Sarebbe quindi più esatto parlare di interpolazione di linguaggi, di media come diremmo oggi, di sfruttamento delle possibili occasioni e capacità che le arti, quindi le tecniche artistiche, possono fornire all’artista contemporaneo nella sua urgenza di espressione, dalla scrittura appunto alla pittura.

E allora, ponendo la pittura di Gallian all’interno di un percorso storicistico più ampio, non possiamo dimenticare, al di là delle ascendenze, in realtà storicamente banali e pedisseque, con l’espressionismo europeo, più forte appaiono invece le connessioni e le derivazioni con l’istrionismo gestuale di Ivo Pannaggi o con il cromatismo di Vinicio Paladini, conosciuto e frequentato da Gallian a Roma, per il tramite di Anton Giulio Bragaglia, nell’ambito del Teatro degli Indipendenti, oppure, ma da questo punto di vista la conoscenza deve essere stata di sicuro indiretta e forse per il tramite di Libero de Libero sempre molto attento alle novità artistiche del periodo, con il Gruppo Corrente formatosi intorno alla rivista omonima fondata da Ernesto Treccani nel 1938. Ma ovviamente queste minime tracce storicistiche rappresentano oggi solo dietrologia, nella ricerca di una formazione stilistica che potrebbe portarci lontano. Dal già citato Treccani a Renato Birolli, Renato Guttuso, Bruno Cassinari, Giuseppe Migneco, Aligi Sassu, Giuseppe Santomaso. Ma soprattutto con la Scuola Romana di Via Cavour con in primis Scipione, per l’accentuato impiego del colore nella costruzione dei corpi e dei volumi e per l’utilizzo di una pennellata voluttuosa e mai meccanica, tanto da avvicinare Gallian anche alla nuova pittura romana che proprio dagli artisti di via Cavour sembra sempre più prendere le mosse, come nel caso di Toti Scialoja o di Marcello Avenali, il quale si assesta però più su un livello cromatico post-impressionista.

Ad accomunare l’iniziale pittura effettuata da questi due artisti con quella coeva di Gallian, siamo nell’immediato dopoguerra, è in particolare l’assunto centrale del rapporto tra piano di fondo e figura. Il rapporto è, con evidenza, squisitamente cromatico, dove il fondo appunto, ma la prospettiva tutta, diventa un vortice senza fughe possibili, una forra senza orizzonte su cui si staglia assoluta l’immagine. Il rapporto tra fondo e figura, quindi e soprattutto per Gallian e Scialoja, finisce per essere giocato interamente sulla lunga, nervosa, filante corsa del pennello sul supporto, notevolmente più vorticosa quella di Gallian.

Si tratta comunque di connessioni stilistiche con pittori che negli anni Quaranta concentrarono la loro azione sulla rappresentazione di soggetti eticamente impegnati, connotati però e in antitesi con il dilagante realismo, da una figurazione tormentata e deformata, imbruttiti dal linguaggio espressionista utilizzato come metafora di una dissoluzione sociale, civile e morale sempre più sentita proprio fra i pittori delle leve più giovani.

Nella pittura di Gallian, come anche negli ultimi due casi citati, la realtà quindi è talmente esasperata da divenire anti-reale, tanto da finire per “strabordare”, mai verbo è stato più appropriato, sempre di più in una figurazione grottesca ma non onirica e in una pittura materica, cromatica ma non bituminosa, tanto da lambire i territori del neo-barocchismo ampiamente divulgato, in quel periodo, dagli scritti di Roberto Longhi. «Sprezzantemente barocchi», come scrisse dei temi dei dipinti di Gallian il futurista Mario Carli, e con «spiccate facoltà artistiche».

…… Per tornare a Gallian pittore, diviene oggi necessario, fondamentale, disegnare i confini delle sue amicizie e delle influenze, concentrandosi soprattutto sull’espansione coerente della forza cromatica della sua pittura, con la quale ci sembra anche importante costatare come la scelta tematica della sua figurazione si vada sempre più tracciando nel progressivo allontanamento dai personaggi borderline, proletari urbanizzati, descritti, raccontati e vissuti nei suoi romanzi precedenti. Fatta esclusione per il caso clamoroso, più volte da noi citato, della serie delle Donne.

In quali di quelle dipinte da Gallian – nelle Donna di spalle (1949), nelle Tre donne in riposo (prima metà anni Cinquanta), nella Sceriffa (seconda metà anni Cinquanta) e ancora, Donne in riposo (seconda metà anni Cinquanta), Donne in attesa (seconda metà degli anni Cinquanta), Donne nude (seconda metà degli anni Cinquanta) – possiamo rintracciare il ritratto di Lisa Matrona o della citata Ersilia protagonista l’una e personaggio di contorno l’altra del romanzo Bassofondo?

Dalle descritte donne/soggetto alle dipinte donne oggetto/soggetto, donne in attesa dei clienti o in riposo dopo la visita di un cliente nei casini dell’epoca, già simboli narrativi del disfacimento e del degrado della vituperata borghesia.

….. Della mostra del 1960 è presente nel Fondo Gallian di Pavia l’invito ufficiale, dove sono riportate, come succedeva molto spesso all’epoca, le opere esposte dall’artista. 37 dipinti in tutto, con una predominanza, dal punto di vista tematico, di quelli dedicati alle Donne.16 E non poteva che essere così.

Sono anche conservati molti articoli del periodo, recensioni giornalistiche che bene mettono in rilievo la chance, la rivalsa anche critica e di pubblico, in un momento di grande isolamento culturale e intellettuale di Gallian.

Si legga, ad esempio, quanto ripotato sulle pagine del quotidiano «Paese Sera»: «Del caso di questo sincero e appassionato artista si è occupato il nostro giornale suscitando attorno a Gallian un vasto moto di simpatia. La Mostra allestita in via della Croce è uno degli atti di coraggio che segnano l’auspicata ripresa di Gallian. Molte opere sono già state vendute. Anche Giovanna Ralli ha voluto scegliere un quadro di Gallian». L’articolo è corredato da una foto di Gallian, sulla destra, con la VIP di turno, appunto l’attrice Giovanna Ralli, sulla sinistra, e al centro, come riporta ancora l’anonimo commentatore, il «quadro acquistato dal Presidente della Repubblica».

Il riferimento è al Presidente Giovanni Gronchi e il quadro, riprodotto nell’articolo, è Interno con bottiglie, databile presumibilmente al 1959-60. Un’opera light, rispetto alle altre dipinte ed esposte in quella sede da Gallian, nella quale è comunque sempre evidente lo studio dei valori chiaroscurali dell’ultimo decennio della sua pittura. Si vedano, pur nella diversificazione tematica e come puro riferimento e confronto con l’opera citata, i dipinti Una parte del mio circo (1960) e Donna con natura morta (1960 ca.), nelle quali ritorna la prospettiva laterale sghemba e l’apertura retrostante su un piano di fondo in esterno del quadro pubblicato nel «Paese Sera».

Da un’iniziale ricerca intrapresa, il dipinto Interno con bottiglie non è presente nell’attuale collezione d’arte contemporanea della Presidenza della Repubblica Italiana, così come in quella della Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, nella quale sono confluite, dalla metà degli anni Settanta e a seguito dell’istituzione da parte di Giovanni Spadolini di quello che oggi è denominato Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, molte opere d’arte contemporanea già di collezione pubblica, come ad esempio quelle presenti in molte sedi ministeriali italiane o presso il Senato, la Camera dei Deputati o, appunto, la Presidenza della Repubblica.

Una minima indagine per confermare perciò l’acquisizione della predetta opera di Gallian direttamente da Gronchi per la sua collezione d’arte privata che, a quanto pare, era molto nutrita e con una particolare predilezione proprio per le opere di arte contemporanea. Del resto, proprio a ricordo di questa specifica passione di Gronchi, nel giugno del 1965, gli è assegnata la “Medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte” dello Stato italiano e, nel 1992 la sua città natale, Pontedera, istituisce, in suo onore, il “Premio Nazionale di Pittura, Grafica e Scultura Giovanni Gronchi Città di Pontedera”, tuttora molto attivo.

Per ritornare alle recensioni della mostra di Gallian presso lo Studio Ruiz, su «Momento sera» è messa in evidenza anche la particolarità, da noi già rilevata, della pittura di Gallian, quel suo essere autonoma e non soggiogata alla precedente produzione letteraria. Autonomia espressiva ma anche, lo ripetiamo abilità pittorica. «Ci verrebbe da attendersi che la sua pittura, data l’attività anteriore così fortemente caratterizzata del Gallian mostrasse qualche lega letteraria. E invece è soltanto pittorica; con una punta d’accentuazione espressionistica, con una tendenza a deformare, a largamente macchiare, con una sicurezza e con uno sprezzo del solito cliché: cose che soltanto un artista di lunga pratica e di ferma ed esclusiva vocazione potrebbe fare. E invece la fa Gallian in modo tale da non lasciar considerare la sua pittura come attività laterale d’altra sua attività. Il suo colore è ricco, vario, ricavato da un veicolo complesso; e stravince sui pennelli. (…) Nuovo e immediato al segno da non sembrare talvolta non latino.»

Sulla stessa linea la recensione di Vice dalle pagine de «Il Giornale d’Italia», dove però, alle citazioni di rito, il grottesco figlio degli scherzi goyeschi e il confronto con la «(…) agile e sapida ironia di Maccari», Vice conferma la reale autonomia della pittura di Gallian, «franca di formule e correnti (e che) si sostiene tutta sulla propria irruenza, sulla propria dinamica intuizione.»

…. Il Circo di Gallian s’innesta quindi perfettamente nell’iconografia dell’avanguardia europea ma anche nella poetica del colore e della deformazione perseguita dall’artista negli anni e che, molto spesso, va a intrecciarsi direttamente con l’iconografia delle donne, sia per accoppiamenti, per così dire, fisici come in Clown e donna (prima metà degli anni Cinquanta) e in Donne con clown (1958), sia per le scelte più prettamente stilistiche. Pensiamo in particolare a Riposo al Circo (fine anni Cinquanta), Scena di Circo (metà anni Cinquanta), Il Circo (prima metà anni Sessanta) e Clowns (inizio anni Sessanta), fino all’apoteosi dell’immedesimazione dell’autore con il tema: Una parte del mio circo (1960).

Di là dei tradizionali acrobati, cavallerizze, fachiri, animali feroci, tendoni, ecc., Gallian dipinge soprattutto i freaks dell’ambiente e appunto i clowns con connotazione da freaks, giocando così con l’identità dei suoi borderline letterari con quella dei clowns dipinti. In bilico tra deformazione e desolazione, tanto che l’artista, sedotto dal contesto, sembra tradirlo e tradurlo conducendolo espressamente dentro il suo mondo, la sua storia, come nel citato dipinto Una parte del mio circo. La dissoluzione cromatica è la stessa della serie Donne così come di quella che abbiamo denominato Prove di Crocifissione. Dal profano al sacro, dove però i due termini sembrano divenire concetti di un medesimo sentire e quindi dipingere.

Nella collezione degli eredi dell’artista sono, infatti, presenti una serie di opere su tavola e di cartoni preparatori dedicati appunto alla Crocifissione ma anche, seppur in minor numero, alla Deposizione, altro tema cristologico correlato alla Croce. I dipinti sono tutti databili agli anni Cinquanta e non risultano esposte né allo Studio d’Arte Ruiz e né alla Galleria d’Arte “La Cassapanca”.

Un lato completamente inedito di Gallian è quello dell’iconografia religiosa, ma sarebbe meglio dire sacrale, ma non cultuale, dove l’artista esprime al massimo le proprie capacità cromatiche, la forza psicologica della materia, la convulsa associazione di forme, figure disperate e paesaggi, appena accennati, solcati dalle croci, anch’esse deformate dalla realtà del colore di Gallian.

La serie Prove di Crocifissione rappresenta, infatti, un vero e proprio documento testuale, quasi un marchio di fabbrica, del sentimento di auto-rappresentazione, in senso metaforico, dell’artista per il tramite dell’arte, dove a volte si sovrappongono altre iconografie di Gallian: figure femminili con personaggi maschili in vesti contemporanee (clienti?); clowns e nature morte. In questo modo le numerose opere e prove dedicate alla Crocifissione e alla Deposizione andranno considerate quasi come un altro riflesso iconografico della vita di Gallian, tormentata, della sua arte, negata, quasi come in una virtuale palingenesi concettuale del suo vivere – sopravvivere – quotidiano nell’arte, per mezzo dell’arte.