Paolo Buchignani

Dalla Mostra: LA DEFORMAZIONE DELLA REALTA’  alcuni estratti del saggio di Paolo Buchignani:

Tra politica e arte: la rivoluzione di Gallian

 

….. “Gallian: chi era costui?’: vi domanderanno i più e se voi non saprete già che si tratta di uno dei nostri scrittori più vocati e più originali, estroso e visionario all’estremo, ben poco troverete da apprenderne nelle varie storie” . Così Enrico Falqui in una relazione radiofonica del 1953.

A distanza di sessant’anni l’indignata denuncia di Falqui rimane attuale. Nel secondo dopoguerra, infatti, né la meritoria ristampa di alcuni suoi racconti e romanzi, né la pubblicazione in volume di una biografia a lui dedicata nel 1984, né i lusinghieri giudizi di autorevoli studiosi succedutisi nel tempo, e nemmeno l’importante convegno promosso dall’Università di Pavia nel dicembre 2008, sono riusciti finora a dissipare la spessa dimenticanza che continua ad avvolgere il nome e l’opera di Marcello Gallian, a restituire a questo narratore e drammaturgo il posto che gli spetta nella storia della nostra letteratura e nella considerazione del pubblico.

…. Dopo l’8 settembre ‘43 non partecipa alla Repubblica sociale, né aderisce al neofascismo del dopoguerra, ma non rinnega nemmeno il suo passato politico.

Così, già emarginato nel Ventennio, Gallian lo è più che mai in quell’Italia repubblicana nella quale pure la maggior parte degli intellettuali ex fascisti agevolmente e disinvoltamente si inserisce.

Il suo nome, a quel punto, cade del tutto nell’oblìo, sia per la particolare vicenda e per le caratteristiche specifiche del personaggio (renitente per natura al calcolo e al compromesso, del tutto inadatto a “voltare gabbana”), sia perchè un colpevole oblìo, una vera e propria “rimozione” colpisce quell’underground culturale romano di cui egli era stato uno dei protagonisti. Assieme a lui altri scrittori significativi come Antonio Aniante, Mario Massa, Dino Terra, Giangaspare Napolitano Aldo Bizzarri, per fare soltanto qualche nome, scompaiono, inghiottiti dal silenzio. Analogamente, di autori noti come Moravia, Brancati, Bernari, che a quell’ambiente ugualmente appartennero, sono stati cancellati opere e aspetti della biografia (vedi la importante collaborazione di Moravia a “L’Interplanetario”, fondamentale per comprendere la genesi de Gli indifferenti, o l’avanguardismo di Bernari, che si firmava Bernard, oppure le opere letterarie di Umberto Barbaro, noto soltanto per l’attività svolta negli anni 50 in ambito cinematografico).

Sulla Roma delle avanguardie a cavallo tra gli anni 20 e 30 è calata una pesante coltre di silenzio: non solo per l’affermarsi, nel secondo dopoguerra, di una storiografia della letteratura   solariano-ermetica e “fiorentino-centrica”, ma anche per non turbare comode ricostruzioni relative ai rapporti intercorsi fra gli intellettuali e il fascismo; un fascismo di cui quell’ambiente romano si portava l’etichetta appiccicata addosso.

Comoda per qualcuno, la “rimozione” di quella vicenda non lo è stata per altri: per Gallian ha significato la dolorosa amputazione di una parte fondamentale dell’esistenza, ha significato la perdita di una identità già gravemente compromessa in chi aveva visto crollare le speranze nutrite nel fascismo ancora durante il regime, in chi era stato dal fascismo emarginato e nel dopoguerra lo era ancor di più per aver aderito ad esso.

Un ostracismo tanto crudele quanto ipocrita colpisce lo scrittore a partire dal 1945.  Precluse le collaborazioni giornalistiche (salvo alcune sporadiche firmate con pseudonimo), impedita la pubblicazione dei suoi libri, egli fu condannato a sopportare per lunghi anni, assieme alla sua numerosa famiglia, umiliazioni e povertà (si vedano, a questo proposito, le molte puntate de La miseria comparse su “La Fiera letteraria” nel 1946).

Autore prolificissimo nel Ventennio, in questo periodo Marcello Gallian dirada di molto la sua produzione letteraria e drammaturgica, forse inibito anche dalla difficoltà di pubblicarla. Negli ultimi vent’anni della sua vita egli riversa nella pittura tutto quel mondo che aveva animato i suoi libri: temi e personaggi riemergono prepotenti dalle tele deformati dalla stessa carica espressionistica, dalle stesse, turbate, accensioni surrealiste; veicoli di una persistente, disperata visione della realtà, resa ancor più cupa dalla triste condizione che a questo singolare artista è toccata in sorte nell’Italia postbellica e che si protrarrà fino alla sua morte avvenuta a Roma il 19 gennaio 1968.